Il giorno precedente è stato buio e piovoso. Ci alziamo, guardiamo fuori. Beh e’ già qualcosa, almeno non piove. Lei vuole andare a fare un giro per bancarelle a Milano, c’è la fiera degli O bej O bej. Io me ne starei al caldo in casa a guardare un bel film.
Ma appunto non piove, si esce.
Lasciamo la macchina a Sesto e prendiamo la metropolitana.
L’aria fuori e’ fredda e umida, ma appena si scende sottoterra diventa calda e soffocante.
La fermata è San Babila: l’equivalente milanese del quartiere Parioli a Roma (sanbabilìno lo si trova pure sul De Mauro: “giovane neofascista milanese, spec. di famiglia borghese, spesso protagonista di violenze teppistiche”). Ci incamminiamo lungo Corso Vittorio Emanuele II e il mio orecchio destro capta qualcosa in mezzo a tutti quei rumori indistinti e a quel frusciare di gente.
Mi volto e scorgo sul lato destro del Corso un uomo di colore. Imbraccia una Fender logora, seduto su una seggiolina, suona e canta ad occhi chiusi, ciondolando la testa
Purple haze all around
Dont know if Im comin up or down
Am I happy or in misery?
What ever it is, that girl put a spell on me
Help me
Help me
Oh, no, no
Subito inizia un assolo di chitarra e mi sembra di vedere il mitico Jimi.
Mentre suona sorride, sempre con gli occhi chiusi. Si può quasi toccare con mano la gioia e la passione che trasmette in questo momento. Non gli interessa che la gente gli metta una moneta nel sacchetto lì aperto. Non chiede nulla. In quei fottuti cinque minuti esiste solo lui, la sua chitarra e le note che escono dalla sua minuscola cassa amplificata.
Mi sarebbe piaciuto immortalare quell’attimo come essenza di ciò che intendo per musica. Poi può essere rock, jazz, italiana d’autore non è importante. La cosa veramente importante è riuscire a chiudere un circuito invisibile tra chi suona e chi ascolta nel quale scorra sentimento, passione, gioia, tristezza.
Mentre sono preso da questa estasi mistica sento che la mano sinistra viene strattonata… “Dobbiamo passare qui tutto il pomeriggio?”. Sono tentato di rispondere “Sììììì”. Invece trovo un euro nella tasca, lo metto nel sacchetto, il nero accenna ad un inchino con la testa, sorride lui, sorrido io. Mi volto e rispondo “No, No, andiamo al Castello Sforzesco a vedere le bancarelle.” Simulando, con un sorriso, un interesse falso come Giuda.