sabato, 29 dicembre 2007

note
Postato da randlemcmurphy alle ore 09:14         Link ¦ commenti (1)
si è parlato di musica, preferiti






sabato, 31 marzo 2007

EDITH PIAF (1915-1963)

Lo stesso anno in cui nasceva Billie Holiday in un quartiere malfamato di Parigi nasceva Edith Piaf. Con una similitudine straordinaria anche la sua vita e’ fatta di un padre che deve abbandonarla (in questo caso per la Grande Guerra), una madre che la trascura, una giovinezza passata in un bordello tenuto dalla nonna paterna.
Giovanissima rimane incinta ma il figlio muore a neanche tre anni per una meningite.
Per sfamare la famiglia inizia a cantare, con la sua voce priva di tecnica ma ricca di talento, in un locale di cabaret dove viene scoperta da un impresario.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale diviene l’icona della rinascita francese con La Vie en rose. E’ all’apice della carriera quando conosce il pugile Marcel Cerdan, orgoglio di tutti i francesi, campione mondiale dei pesi medi. I due si innamorano. Edith ha trovato finalmente qualcuno che la rende realmente felice. Il 27 Ottobre 1949 l’aereo che porta Cerdan a New York per incontarare la Piaf si schianta al largo dell’arcipelago delle Azzorre. Due mesi dopo a New York era prevista la rivincita del titolo dei medi contro Jake La Motta.
Edith non sarà più la stessa. Qualcosa dentro di lei si spezza. La sua vita diventa un susseguirsi di uomini, alcool e morfina; in campo artistico invece “le petit oiseau” continua a sfornare successi su successi (Milord, Le vagabond, Les amants, Les histoires du coeur, La foule). Il 10 Ottobre del 1963, il suo fisico già provato dagli abusi e dalle sofferenze di una vita, si spegne a causa di una broncopolmonite.
Quando la si ascolta in Non, je ne regrette rien non ci si può non commuovere davanti a questa piccola donna.
note
Postato da randlemcmurphy alle ore 21:50         Link ¦ commenti (7)
si è parlato di musica, edith piaf, regine sfortunate






domenica, 11 marzo 2007

BILLIE HOLIDAY (1915-1959)

Nasce come Eleonora Fagan nel 1915 da una famiglia disastrata di Baltimora. Un padre che l’abbandona subito dopo la nascita; una madre troppo povera per occuparsi di lei. Una giovinezza passata sulla strada dove la prostituzione può essere considerato il male minore per uscire da una situazione indigente e per poter coronare il suo grande sogno: diventare una cantante professionista di jazz.
Dopo verranno New York e i grandi successi nell’America degli anni Quaranta e Cinquanta ancora pervasi fino all’osso dal razzismo. Incide “Strange Fruit”, un coraggioso inno contro la discriminazione dove gli strani frutti del titolo non sono altro che i cadaveri dei neri impiccati nel Sud del paese, guadagnandosi l'ostracismo degli Stati conservatori. Un tale clima la fa cadere vittima dell’eroina (come tanti di quell’epoca) e di uomini di poco conto che ne sfruttano la debolezza interiore. Muore a New York nel 1959 a soli 44 anni, sola e disperata.
La sua voce non può contare su altissime note, non ha un range dinamico esteso eppure quando ascoltate un pezzo di Billie toccate con mano cosa vuol dire tristezza, felicità, disperazione, solitudine.

“If you expect nothing but trouble, maybe a few happy days will turn up. If you expect happy days, look out” - Billie Holiday

note
Postato da randlemcmurphy alle ore 14:20         Link ¦ commenti (6)
si è parlato di musica, billie holiday, regine sfortunate






domenica, 11 marzo 2007

Le Regine sfortunate.
Oggi riflettevo sulle artiste che prediligo e mi sono accorto di un’analogia che le accomuna. Tutte hanno avuto una vita molto tormentata con una conclusione tragica ancora giovani. Hanno tutte avuto il cosiddetto “mal di vivere”; sicuramente avrebbero ceduto tutta la loro popolarità per un po’ più di felicità e serenità.
Sono sempre stato dalla parte delle interpreti più che delle cantanti. Avere una bella voce è solo una condizione necessaria ma non sufficiente per creare un link emozionale tra chi canta e chi ascolta. Molte volte un’incrinatura della voce durante un passaggio toccante mette in risonanza alcune nostre corde interne che senza alcun motivo apparente ci aprono i condotti lacrimali che il migliore acuto impersonale e asettico non riuscirà mai a fare.
Quindi bando alle ciance e partiamo con le mie quattro Regine sfortunate.
note
Postato da randlemcmurphy alle ore 13:56         Link ¦ commenti
si è parlato di musica, preferiti, regine sfortunate






domenica, 17 dicembre 2006

Spesso in una mania di esterofilia diffusa ci si dimentica degli artisti italiani. Uno dei piu’ sottovalutati e’ sicuramente Eugenio Finardi. Ad una cultura raffinata associa una vocalità non indifferente che gli consente di spaziare dal rock, al jazz, al blues senza alcun sforzo apparente.
Nel 1993 per i vent’anni di carriera e per i suoi quarant’anni appena compiuti, decide di regalare/si una reincisione in versione acustica (con due virtuosi come Saverio Porciello alla chitarra e Vittorio Cosma al piano) di alcune sue canzoni e di alcune cover amate. Nasce così “Acustica”.
Come dice lui stesso nelle note di copertina vuole riproporre “l’essenzialità delle canzoni così come sono, i segreti della loro composizione, l’amore per l’ispirazione originaria” e ancora “tornare ad essere anche un interprete, di confrontarmi e di sentirmi libero di esprimere a pieno la mia vocalità nelle canzoni che amo”. L’album e’ un perfetto mix tra il piano, la chitarra acustica e la voce.
L'essenzialita' dell'arrangiamento rende le canzoni dei piccoli gioielli.

"Le donne di Atene", traduzione raffinata di una canzone di Chico Buarque di Alberto Camerini (eh sì proprio lui, quello di Tanz Bambolina) che vuole essere una condanna del "machismo" e un omaggio alle donne che lo sopportano con forza e pazienza da sempre. Un brano come "Voglio" manifesto delle irrealizzabili fantasie della gioventu', "La canzone dell'acqua" dove la strofa

Dovrei esser come l’acqua che si lascia andare
Che scivola su tutto che si fa assorbire
Che supera ogni ostacolo finchè non raggiunge il mare
E lì si ferma a meditare
Per scegliere se essere ghiaccio o vapore
Se fermarsi o se ricominciare

mette i brividi dalla bellezza.
“Mio cucciolo d’uomo” la canzone che un giorno mi piacerebbe cantare a mio figlio, se un giorno ne avessi mai uno o "Come in uno specchio" che ascoltandola difficilmente non ci si sente coinvolti emotivamente perche' tutti primi o poi ne hanno condiviso le parole.
Proprio di “Come in uno specchio” ho trovato una registrazione video su Youtube.

 
note
Postato da randlemcmurphy alle ore 17:44         Link ¦ commenti (13)
si è parlato di musica, preferiti